Il cinema celebra l’auto

di Filippo Miotto, pubblicato il 25/04/2021.

E’ sempre stato un mistero che si fatica ancora oggi a comprendere, ma che ci affascina ogni volta.

E il dilemma rimane:

è il cinema che celebra l’auto o è l’auto che celebra il cinema?

Le opinioni sono contrastanti.

Ci sono alcuni film che senza l’auto non avrebbero significato, altri in cui l’auto fornisce quel tocco in più, altri ancora in cui il film crea un nuovo mito in campo automobilistico. E poi ci sono quelli commerciali, dove l’auto è protagonista unicamente per sopperire a una pubblicità di se stessa e dove purtroppo essa perde completamente di significato, venendo a volte addirittura snaturata perchè non ha praticamente senso nello sviluppo della trama.

Se si è appassionati di automobili o di cinema, o di entrambi, ci deve sempre essere un connubio perfetto tra questi due elementi, in modo che l’auto, per come viene presentata, assuma il ruolo di un personaggio vero e proprio, con un proprio peso nello sviluppo del racconto. In questo modo, che sia il cinema a celebrare l’auto, o l’auto a celebrare il film, il risultato è garantito; ci ricorderemo del film e anche dell’auto.

Esistono tanti film che contengono l’auto come protagonista diretta o indiretta, fin da quando iniziò la produzione di queste tipologie di veicoli e di questo tipo di spettacolo. Vi ricordate i film muti di inizio del secolo scorso? L’auto era già inserita nelle varie situazioni che si creavano, ma il suo ruolo era marginale, tanto che se la scena fosse stata girata con un carro trainato da animali poco sarebbe cambiato. Più avanti iniziano a comparire in modo più massiccio, ma sempre senza ruoli di primo piano. Per arrivare a celebrare l’auto bisogna aspettare gli anni ’50, quando, con ritmo sempre più crescente, l’auto diventa protagonista in molte pellicole, creando dei veri e propri miti.

Inizierei così con il racconto vero e proprio, con la volontà di introdurre questa nuova parte del sito in cui pian piano raccontare di come alcuni modelli sono diventati delle vere e proprie icone destinate a perdurare negli anni.

Non una Dune Buggy qualunque!

Auto e film? Una pellicola che unisce alla perfezione il mio concetto di passione per entrambi è quella proposta nel 1974 dal regista Marcello Fondato, con il titolo “…Altrimenti ci arrabbiamo!” con la coppia Bud Spencer e Terence Hill. In questo caso l’auto, una Dune Buggy rigorosamente rossa, con la capottina gialla, compare praticamente solo in qualche scena all’inizio e alla fine del film, anche se tutta la pellicola è incentrata sulla sua ricerca.

I due protagonisti Ben (Bud Spencer) e Kid (Terence Hill), vincono ad una gara di automobilismo lo stesso premio, consistente in una Dune Buggy. Coinvolti loro magrado in una scorreria di una banda di malavitosi, perdono la loro auto nelle prime scene del film. Volendo ritornare in possesso del loro premio, sfidano il boss dei cattivi in modo che gli venga ricomprata la macchina. Non si accontentano però di una Dune Buggy qualsiasi, per loro deve essere rossa con la cappottina gialla, creando così il primo tormentone del film. L’auto poi non comparirà più nel film se non nelle ultime scene, ma solo queste due comparse ne hanno stabilito l’ingresso nel mondo mitologico delle auto degli amanti di questi film, compreso il sottoscritto.

L’auto in questione è la Dune Buggy, ossia la Puma GS (Gatto Spiaggia) della Puma Automobili, casa automobilistica romana specializzata in fuori serie e kit car, fondata da Adriano Gatto. La Gatto Spiaggia, del 1968, puntava su una estetica molto particolare, nuova per il nostro continente e su un prezzo, negli anni ’70, competitivo, dato che si poteva comprare in kit di montaggio. L’idea era semplice: si acquistava un vecchio Maggiolino Volkswagen, si smontava la carrozzeria, si ordinava il kit e si montava la nuova carrozzeria sul telaio della prima auto. Se si voleva si poteva poi completare l’opera con le personalizzazioni offerte dalla Puma, dai sedili anatomici ai pneumatici ideali per avventurarsi sulla sabbia, ottenendo un modello simile a quello presente nel film. Il motore è quello del Maggiolino, nelle varianti da 1.2 e da 1.3 litri, che, applicato su un’auto di poco più di 600 kg, permetteva prestazioni sufficienti per divertirsi.

Purtroppo non sono riuscito a trovare il sito internet uffiicale della Puma Automobili che, da articoli di alcuni anni fa letti su varie testate giornalistiche, viene indicata comunque come riaperta nella zona di Roma.

Successivamente al film venne presentata da Adriano Gatto anche una versione GT con alcuni ritocchi della carrozzeria e un telaio con passo corto, utilizzata poi in un altro film. La Dune Buggy, resta in produzione fino a circa il 1978, quando la Puma Automobili presenta la Puma GTV del 1978, coupé caratterizzata da un’altezza di soli 1.1 metri, per una larghezza di 1.8 metri, replica su licenza della Kit Car Nova della inglese Sterling Sports Car, disegnata da Richard Oakes.

My name is Bond, James Bond.

Un ruolo di rilievo e molto particolare viene offerto all’auto protagonista della saga cinematografica più lunga in assoluto, quella di James Bond, che ormai annovera ben 25 titoli che vanno dal “Licenza di uccidere” (titolo originale: Dr. No) del 1962 fino all’ultima, in attesa che ci sia l’uscita ufficiale, “No time to Die”. Quasi 60 anni di vita e tante auto protagoniste dei film, alcune che sono entrate nella memoria collettiva, altre un po’ meno.

La storia alla base è semplice. Un agente segreto britannico, un “doppio zero”, ossia con la licenza di uccidere, viene coinvolto in intrighi internazionali dove, con un ritmo avventuroso e con alcuni aspetti da poliziesco, riesce alla fine a salvare il mondo da delle minacce che, nel corso degli anni si sono evolute con le paure che il mondo occidentale sviluppa. Si è così passati da società segrete filo-naziste che vogliono comandare il mondo a terrorismo generico a complotti orditi da chi vuole comandare il mondo.

Il ritmo incalzante delle storie, che nella loro complessità iniziale in realtà sono molto semplici, e le ambientazioni spettacolari ne hanno decretato il successo. Il protagonista e le storie raccontate mantengono sempre il fascino inglese delle situazioni, fascino che deve presentarsi anche nei personaggi. James Bond ha classe, è dotato degli accessori che ogni spia deve assolutamente avere, e le sue auto non possono essere da meno.

Le auto che si sono così alternate nei vari episodi erano dotate dei più stravaganti gadget che un buon 007 deve sempre avere a disposizione: lanciarazzi, sedili eiettabili, carrozzeria antiproiettile… e perfino il pacchetto per poter usare l’auto come sottomarino.

In 25 episodi raccontati si sono alternate diverse auto, ma al mito di James Bond resta collegata, senza ombra di dubbio, la casa automobilistica inglese Aston Martin con vari modelli che hanno influito molto sulla formazione e conoscenza di questo personaggio, con un connubio che perdurerà nel tempo. Caratteristica dell’agente segreto più famoso del mondo, resta sempre la dinamicità, l’eleganza e la classe, elementi che devono essere ripresi anche dall’auto. Il fascino inglese dei modelli Aston Martin si collegavano quindi alla perfezione alla tipologia di personaggio.

La prima da ricordare, tenenedo conto anche del numero di partecipazioni ai film, è, senza ombra di dubbio, la Aston Martin DB5, che inizia la sua carriera cinematografica a fianco di James Bond/Sean Connery nella pellicola Goldfinger del 1964, terzo episodio della saga, ma che ritroveremo in numerosi episodi successivi fino alla sua osannazione in Skyfall del 2012, a fianco del moderno 007, ossia Daniel Craig.

La Aston Martin DB5, non a caso, viene definita come l’auto più famosa al mondo. Non tutti conoscono il suo nome o le sue caratteristiche, ma quasi tutti sapranno la casa produttrice, la sua origine e i film a cui è collegata.

Da un punto di vista strettamente estetico la DB5 condivide molti tratti con il modello precedente, la DB4, ma introduce molte novità a livello di motori e telaistica. Il motore, un 6 cilindri in linea DOHC, viene portato alla cilindrata di 4 litri. Associato ad un cambio a 5 velocità del tipo ZF, o in opzione un automatico Borg-Warner a 3 velocità, vanta una potenza di 282 CV DIN a 5500 giri/min e una coppia di 39,8 Kgm DIN a 3850 giri/min. Il peso di 1468 kg le permette di raggiungere una velocità prossima a 230 km/h e di garantire una accelerazione di circa 7.1 secondi per coprire lo 0-100 km/h.

In tempi più recenti, siamo giunti ormai al 2015 con l’episodio Spectre, l’agente segreto James Bond/Daniel Craig si trova alla guida di una magnifica DB10 per le strade di Roma. Il modello, in realtà, è stato pensato unicamente per il film, con una produzione limitata ad una decina di esemplari. I dettagli disponibili sono pochi… probabilmente il modello utilizzato nella pellicola monta un motore Ford, mentre il modello “di serie” prodotto verrà equipaggiato con motori già presenti sugli altri della Casa inglese. Le linee e lo stile degli interni verranno poi ripresi nei modelli successvi, in particolare nella DB11 e, soprattutto, nella sua erede effettiva, la Vantage.

Nel film compare, inoltre, il prototipo Jaguar C-X75, guidata dal cattivo Mr Hinx (Dave Bautista). In campo automobilistico, pur rappresentando un prototipo, la Jaguar C-X75 ha segnato un punto di svolta della casa inglese peremttendogli di capire le sue potenzialità in termini di sviluppo di auto ibrido/elettriche. Il veicolo in questione è un ibrido parallelo plug-in (PHEV) a trazione integrale che, nel 2010 quando venne presentato, era il motore a più alta potenza specifica del mondo, e il primo con telaio monoscocca in carbonio composito di Jaguar. La Jaguar C-X75 vanta una potenza combinata di oltre 850 CV e 1000 Nm di coppia, in cui il motore termico è un 1,6 litri a doppia sovralimentazione (turbo e compressore volumetrico) a quattro cilindri da 502 CV a 10.000 giri/min. L’auto può accelerare da 0 a 100 miglia (160 km/h) in meno di sei secondi. Il primo prototipo C-X75 ha superato i 320 km/h in fase di test con facilità, e l’auto ha una velocità massima teorica di oltre 350 km/h.

In quest’ottica di auto sportive e di classe si sono alternati nei 25 episodi anche altri marchi famosi. Ricordo ad esempio la Lotus Esprit S1 de “La spia che mi amava“, del 1977, e la Lotus Esprit Turbo de “Solo per i tuoi occhi” del 1981, entrambi con protagonista Roger Moore.

La Lotus Esprit S1, è stata voluta dal titolare della casa Chapman per proporre sulla scena un’auto veloce e tecnologica, ma che fosse anche a basso costo, coprattutto in comparazione con auto a prestazioni dsimili del periodo e, perchè no, utilizzabile non solo per correre. Per il telaio e la componentistica vennero riprese soluzioni tecniche direttamente dalla Formula 1, come il telaio a trave centrale e le sospensioni a quattro ruote indipendenti, con quelle anteriori a triangoli sovrapposti. Una soluzione particolarmente evoluta, in grado di garantire stabilità e maneggevolezza. Altra dote della Esprit, che incarna i principi delle Lotus, rimane naturalmente la leggerezza, caratteristica presente anche sui modelli attuali. Non a caso il progetto prevede una distribuzione dei pesi ottimale, per una massa inferiore nel suo complesso ai 900 chilogrammi.

Il motore in posizione posteriore centrale era un quattro cilindri di 2 litri con alimentazione a carburatori e una sofisticata distribuzione a 4 valvole per cilindro in grado di erogare 160 cavalli. La trazione posteriore e l acarrozzeria in vetroresina, garantiscono un risultato straordinario, anche nelle prove di crash test. Rimanendo in ambito carrozeria, la linea è stata disegnata da Giugiaro, lo stesso che, più o meno negli stessi anni, fece nascere la Lamborghini Countach. Il gruppo motore-cambio, invece, riprendeva lo schema transaxle, con la stessa trasmissione a cinque marce in dotazione alla Citroën SM e alla Maserati Merak.

Per l’episodio “Solo per i tuoi occhi” del 1981, viene utilizzata questa volta la Lotus Esprit Turbo, ossia la terza generazione di Lotus Esprit. Nel suo progetto originario il motore doveva essere un V8 turbo, ma al fine di ridurre i costi e il peso della vettura, Chapman decise di restare fedele al 4 cilindri.

Gli aggiornamenti estetici esterni sono minimi rispetto ai modelli precedenti, con una linea che resta fedele a quella collaudata dalla S1. Il motore in questo caso resta il 4 cilindri, ma con una cubatura portata ai 2.2 litri che, grazie al turbo e a diverse migliorie tecniche, raggiunse la potenza di 213 CV e 28 kgm di coppia. La prima versione, chiamata ESSEX, proponeva una livrea derivata dai modelli Lotus di Formula 1. Il telaio, irrigidito del 50% rispetto alla S2, e un nuovo disegno delle sospensioni, rendono l’auto molto dinamica e, grazie al peso sempre ridotto, competitiva se non più performante rispetto ai modelli Porsche e Ferrari dello stesso periodo.

If you’re gonna build a time machine into a car, why not do it with some style?

Cambiamo ora completamente genere di film, e di auto. Lascerei quindi la parola al Dr. Emmet Brown, noto fisico e scenziato, che finalmente ci può spiegare le caratteristiche che deve avere un’auto per entrare a pieno titolo nella leggenda:

“…if you’re gonna build a time machine into a car, why not do it with some style?…”

Siamo nel 1985 e, grazie alla regia di Robert Zemeckis e alla presenza degli attori Michael J. Fox e Christopher LLoyd, il produttore Steven Spielberg fa conoscere al mondo la saga cinematografica di “Back to the Future”. La trilogia riscuote un enorme successo tutt’oggi, tanto da venire definita “culturally, historically or aesthetically significant” e inserita nella lista dei film da preservare da parte della Library of Congress del USA.

La storia semplice, ma intricata sul piano spazio-tempo, vede un ragazzo, Martyn McFly/Michael J. Fox, e uno scienziato, Dr. Emmet Brown/Christopher Lloyd, a spasso nel tempo, e nelle sue linee temporali differenti che essi stessi creano, a bordo di una macchina del tempo che utilizza, come base di costruzione, la DeLorean DMC-12, unico modello costruito dalla DeLorean Motor Company (DMC, per l’appunto) nel periodo 1981-1982. L’auto, modificata molto più di quelle di 007, adotta anche un minigeneratore nucleare in grado di sviluppare 1.21 GW di potenza, quantità necessaria per ogni singolo salto nel tempo.

L’auto voleva essere qualcosa di innovativo nel settore automobilistico. Il suo progetto originale prevedeva l’utilizzo di un nuovo materiale plastico, denominato ERM (Elastic Reservoir Molding), che avrebbe dovuto fornire un telaio resistente e leggero e, quindi, ottimale per l’utilizzo in ambito automobilistico. La tecnologia ERM, infatti, crea delle strutture fibro-rinforzatea sandwich basate su resine plastiche, che hanno elevate doti di rigidezza, ma anche di resistenza agli urti. L’unico problema è che, a differenza di quanto utilizzato nel prototipo del 1976, la tecnologia ERM a quel tempo non si prestava per la produzione in serie e, quindi, non permetteva la sua adozione in campo automobilistico, almeno per la produzione di telai destinati ad alti numeri di autovetture da realizzare.

Rispetto al progetto originario venne cambiato anche il motore, passando dalla tipologia rotativa Wankel, troppo esoso in termini di carburante, visto anche il periodo in cui venne presentata, per un più standard motore V6 Douvrin PRV, lo stesso montato anche sulla nostra Lancia Thema V6.

Ricapitolando ci si trovava nella situazione di aver progettato una macchina in cui nè il motore nè il telaio andavano bene… Per risolvere il tutto viene chiamato a capo del progetto Colin Champan, della Lotus, che, riprendendo telai e diversi componenti della Lotus Esprit, e adottando, con poche modifiche, la carrozzeria disegnata da Giugiaro, disegnatore anche della Esprit, riesce a chiudere la progettazione e a permettere l’inizio della produzione della DeLorean DMC-12, caratterizzata dalla carrozzeria in acciaio inossidabile non verniciato e con portiere con apertura ad ali di gabbiano. Siamo nel 1981, con la fabbrica ubicata a pochi chilometri da Belfast, in Irlanda del Nord. L’anno dopo, purtroppo, per alcune vicissitudini legali del proprietario, la DeLorean Motor Company chiude.

Anno 1985: esce “Back to the Future”. Una DeLorean DMC-12 viene scelta come protagonista dellla pellicola.

Anno 1985: inizia la leggenda della DMC-12. I ragazzini di quegli anni, anche da adulti, sogneranno, almeno una volta nella vita, di poter guidare una DeLorean fino alle 88 mph.

Uno strano caso…

Come avrete notato ho trascurato due saghe che per molti rappresentano l’apice del connubio cinema-auto, ma che per me non è così… Nemmeno un accenno ai Transformers e ai vari Fast and Furious! Le due serie sono divertenti e se ne ho l’occasione le guardo volentieri, ma a parte belle macchine e vari inseguimenti non penso che trasmettano la vera essenza di chi ha la passione per le auto. Ne tratterò in un articolo specifico, soprattutto per capire differenze e particolarità di vedute che in parte ci vengono già raccontate nella trama, come, ad esempio, lo scontro tra l’elettronica giapponese e il “facciamolo il più grosso possibile” del principio americano di costruire auto, ma nulla di più…

Il prossimo articolo sul cinema che sto preparando, invece, si addentrerà nel lato apocalittico dell’auto… con pellicole come Mad Max: Fury Road, The Death Race e molte altre!

Poi ci saranno i polizieschi, la fantascienza, e altro ancora!

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